NÉ IO, NÉ MIO (8)

Per vincere l’ansia, o la paura, o la gelosia, o tutte le infinite altre emozioni distruttive che ci agitano, bisogna conoscerne l’origine. Spesso siamo portati ad addossare agli altri le ragioni del nostro disagio, ma il Buddha attribuisce la sofferenza che proviamo, a un’illusoria visione del sè.

Illusione vuol dire una mente che crede vero qualcosa che non corrisponde alla realtà. In questo caso si tratta della concezione di un “io” autonomamente esistente. Si fanno molti esempi per dimostrare che l’io non esiste: il più suggestivo è quello della ricerca dell’io nel nostro corpo. Se tagliassimo una mano, potremmo dire che l’io è in quella mano? Evidentemente no! Così procedendo, se sezionassimo tutto il corpo non troveremmo l’io in nessun organo. Quindi l’io nel corpo non c’è. Lo stesso principio vale per i nomi delle persone. Il nostro amico si chiama Aldo, ma dove si trova Aldo? Nelle sue braccia, nei suoi piedi, o nelle sue orecchie? Aldo non c’è perché il nome che gli è stato dato serve solo per fare convenzionalmente da riferimento a un corpo composto da vari fattori, che chiamiamo Aldo per un rapido riconoscimento. Dunque il nome è una imputazione concettuale, proprio come il pronome “io”: potremmo definirli due codici di identificazione.

Anche se l’io non lo troviamo, non vuol dire che non esista del tutto: infatti esiste come designazione e come termine, al quale spesso vogliamo dare una assoluta sostanzialità. Quando qualcuno ci loda pensiamo che sia nostro io a essere lodato e se veniamo offesi e criticati  è il nostro io che ne risente ed è sulla spinta di questo malinteso “io” che noi agiamo e reagiamo. Quando i sentimenti, dominati dall’ego, invadono la nostra mente, non siamo più padroni di noi stessi.

Ora abbiamo appreso che l’io non esiste realmente ma è solo un pronome personale che serve convenzionalmente per identificarci. Invece noi siamo profondamente convinti che quando diciamo  ”io” parliamo di qualcosa che ha una sua reale, solida, autonoma esistenza. E ciò dipende dalla parola e dalla sua incidenza illusoria sui nostri pensieri.

La parola non è garanzia di verità, ma serve per indicare, spiegare, argomentare ed è in sostanza un supporto convenzionale che ci permette di intenderci. Quando noi diciamo “io” stiamo usando un termine che serve per designare la nostra persona che pensa, parla, agisce. Con il continuo uso, mentale e verbale, che ne facciamo fin dalla più tenera infanzia, siamo portati a pensare che chi pensa, parla e agisce sia l’io e lo intendiamo come una entità unica e separata dal mondo che ci circonda. Da qui nasce la contrapposizione, la differenza, fra noi e gli altri.

E nel nostro voler essere diversi dall’altro attribuiamo anche una significativa importanza a ciò che possediamo e alle cose che sono degli altri. Ecco allora che  l’“io”  e il “mio” assumono sempre più nella nostra mente un profilo unico e particolare, intorno al quale costruiamo un mondo: quello delle passioni che gratificano l’ego.

La nostra mente si lascia intrappolare dall’illusione e diventa prigioniera dei desideri, delle visioni dualistiche, delle emozioni conflittuali, delle tendenze karmiche e delle loro conseguenze.
In una mente confusa l’io appare completamente reale, amorevole o vendicativo per iniziativa propria: nascono da qui i sogni, i rancori o le ripicche. Il Buddhismo sostiene che con un adeguato addestramento questi stati d’animo possono essere vinti.

Basta non farsi turbare dalle chimere degli aggregati del desiderio che caratterizzano la personalità di ogni uomo: la forma materiale (sono incuriosito), le sensazioni (mi piace, non mi piace), le percezioni (mi ricordo di te), le formazioni mentali (faccio ciò che penso), la coscienza ( sono lieto di averti conosciuto).

Colui che supera il concetto di “io” e di “mio” diviene privo di attaccamento e, grazie all’assenza di attaccamento, la sua mente viene liberata. Però sappiamo tutti che quando diventa vittima di una fissazione, la mente non si libera, anzi, corre verso la deriva.

Un grande saggio diceva che ogni uomo ha due nemici: un nemico vicino e un nemico lontano. Quello vicino è l’attaccamento che si manifesta tutti i giorni, mentre quello lontano è la malevolenza, che sta nel profondo e attende il momento opportuno per  presentarsi. Quindi, siate vigili.

Ci sono molte tecniche per superare l’idea di un io dominatore, autonomamente ed effettivamente esistente. Ve ne propongo una molto semplice.

Quando state per cedere a un momento di frenesia o siete prossimi a esplodere in una crisi di rabbia, non concentrate la vostra attenzione sul sé che chiede di essere soddisfatto, ma visualizzate la vostra posizione nel mondo e nell’universo: realizzando che siete un piccolo puntino al centro di uno spazio infinito capirete il valore relativo di questo “io” che tanto influenza il vostro agire.

 

 

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