Se gli uomini di tutte le religioni, che in questi mesi hanno pregato insieme per il superamento della pandemia, fossero veramente mossi da un durevole principio di unità e solidarietà, la salvezza del mondo sarebbe garantita. Non tanto per l’effetto delle preghiere ma per lo spirito di fratellanza e cooperazione emerso in questi momenti, e che dovrebbe essere la base per un futuro migliore.Tutti ci chiediamo se, quando sarà scongiurato il pericolo, la nostra vita cambierà.Sicuramente le circostanze di ordine economico e sociale prenderanno un loro indirizzo, al quale ci dovremo adeguare.Però il vero cambiamento deve avvenire dentro ognuno di noi attraverso la realizzazione di una dimensione interiore che contribuisca a facilitare quella unità che tutti auspichiamo. Nel lungo periodo di isolamento siamo stati obbligati a pensare: c’è da augurarsi che il frutto di queste riflessioni porti veramente alla pace e alla fratellanza.Per realizzare questo obiettivo bisogna gettare il seme di uno stato mentale fondato su tre sentimenti specifici: l’amore, la compassione e la non violenza. Tre fattori che richiedono una propensione all’altruismo ma anche una grande forza interiore. Nella tradizione buddhista, “amore” significa desiderare che tutti siano felici e che possano vivere nella serenità e nella gioia. Invece “compassione” vuol dire fare di tutto perché ciò avvenga.Entrambi gli atteggiamenti prevedono una profonda sensibilità e una disinteressata disponibilità all’aiuto. Sapendo quanto grande sia la nostra istanza  di essere felici e non soffrire, possiamo anche comprendere quanto gli altri vogliano essere felici e non soffrire. La forza dell’amore nasce dalla nostra esperienza, ovvero il desiderare che l’altro possa gioire come noi abbiamo gioito nei momenti fortunati e che l’altro non debba mai sperimentare la sofferenza, nasce dal dolore che abbiamo provato direttamente e che non auguriamo a nessuno.In conseguenza di questo pensiero altruistico, il nostro comportamento verso il prossimo  (uomo, animale, pianta o ambiente) deve essere fondato sulla dolcezza e sull’amorevole gentilezza.La compassione è un passaggio successivo al sentimento d’amore: infatti non è limitata al solo auspicare la gioia dell’altro ma richiede un impegno concreto per ridurre le sue sofferenze attraverso l’azione, la quale, come per ogni esercizio, richiede un graduale addestramento che terminerà quando il processo sarà diventato spontaneo.Lo stimolo che attiva l’iniziativa compassionevole è la volontà di aiutare l’altro a eliminare il dolore e raggiungere il benessere., quindi si tratta di fare effettivamente qualcosa per lui. A questo “fare” si riferiva il Buddha quando diceva che dalle azioni si deduce la qualità degli uomini, che lui divideva tra padroni delle loro azioni, eredi delle azioni, figli delle azioni e dipendenti dalle azioni.Per praticare efficacemente la compassione bisogna volere che tutti gli esseri possano raggiungere la felicità e non allontanarsene più. E bisogna anche gioire per la loro felicità, quando questa viene ottenuta.Tale attenzione non dovrebbe essere solo rivolta alle persone che amiamo ma andrebbe applicata a tutti gli esseri, con una totale imparzialità libera da attaccamento e avversione. A questo punto l’agire diventa aiuto effettivo verso tutti e l’azione produce benessere per noi e per gli altri, generando un clima di vera fratellanza. Ma perché la fratellanza e la pace si diffondano completamente e definitivamente, la nostra mente deve essere improntata alla non violenza.Per non violenza si intendono quegli atti di corpo, parola e mente che, nascendo dall’amore e dalla compassione, si traducono in un ulteriore impegno a non nuocere ad alcuno.Per questo motivo la non violenza deve poggiare su solide basi di positività, moralità e pazienza.Se qualcuno si dimostra arrabbiato con noi, non dobbiamo reagire nello stesso modo. Se qualcuno ci colpisce, non dobbiamo restituire il colpo. Se qualcuno ci insulta, non dobbiamo replicare perché spesso dalle discussioni si passa alla lite, poi si precipita nella disputa e alla fine ci si ferisce con parole difficili da dimenticare. A tutte queste provocazioni, che possono generare altra aggressività, dobbiamo rispondere con il dialogo, eliminando ogni senso di rivalsa e di litigio, nella consapevolezza che esaminando con mente serena e obiettiva le cause di un conflitto, si trovano gli spunti per pacificarlo.Quando, al posto del rancore e dei contrasti, facciamo sbocciare l’amore nei nostri cuori, apriamo le porte alla bontà, la quale immancabilmente conduce all’unione e alla gioia e ci rende imperturbabili di fronte o ogni negatività. Infatti, come su una foglia di loto appena inclinata le gocce della pioggia scivolano via, i pensieri perturbanti e le emozioni distruttive  non possono attaccarsi a una mente che stabilmente dimora nell’amorevole gentilezza, nella compassione e nella non violenza.

 

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